Come si svolge una seduta?

La persona è comodamente distesa su una poltrona ed ascolta una musica melodica in cuffia. Alcuni sensori applicati sulla teca cranica registrano, senza emettere alcun tipo di frequenza o energia, l’attività cerebrale e inviano i dati al computer, che li analizza con una frequenza di 256 volte al secondo. Ogni banda di frequenza delle diverse onde cerebrali comprende variazioni più o meno importanti, che diventano però disfunzionali se superano una certa ampiezza: grazie ad un particolare algoritmo basato sui lavori di Dennis Gabor, il software è in grado di determinare questi eccessi di variabilità interna, che sono specifici per ogni cervello.

Nel millisecondo che segue la rilevazione di una variazione particolarmente ampia, il software genera una breve interruzione del flusso musicale. Il cervello, molto sensibile alla coerenza della melodia, la percepisce come un segnale che disattende le sue aspettative, nell’esatto momento in cui sta avendo un eccesso di variabilità. Tale segnale diventa quindi un feedback significativo che informa cioè il cervello, in tempo reale, di una sua disfunzione, stimolandolo gradualmente a riorganizzarsi, riducendo gli eccessi di variabilità interna e recuperando in efficienza e plasticità. È importante sottolineare che tale processo non determina nel cervello reazioni di allerta o pericolo ma al contrario lo induce a produrre la risposta di rilassamento, a cui segue una profonda stabilizzazione dell’ansia e la percezione di un nuovo modo di gestire la quotidianità, più efficace e sereno.

Un concetto essenziale nel Neurofeedback: l’Attrattore

Gli eccessi di variabilità nelle frequenza cerebrali sono ricollegabili alla presenza di “attrattori”. Un attrattore costituisce una sorta di mulinello energetico che canalizza in modo disfunzionale l’energia cerebrale, consumandola invano e rendendola non disponibile per un funzionamento efficace del cervello. Più attrattori ci sono e più il cervello è affaticato e perde di elasticità. A livello neurofisiologico gli attrattori sono costituiti da squilibri tra neuroni eccitatori e inibitori, localizzati in specifiche frequenze cerebrali, che il Neurofeedback rileva sotto forma di “picchi” situati in corrispondenza delle suddette frequenze.

L’attrattore si forma in seguito ad esperienze di vita che hanno valenza traumatica di origine emozionale, fisica, genetica o conseguente a malattia, e ciò che lo mantiene attivo sono le abitudini, i comportamenti e gli schemi mentali.  A causa degli attrattori la realtà percepita si modifica e con essa anche i nostri comportamenti: tali modificazioni sono rappresentate ed inscritte fisicamente all’interno dei circuiti neuronali, plasmati costantemente dall’esperienza. Il Neurofeedback contribuisce al riassorbimento degli attrattori che, col progredire delle sedute, perdono il loro potere di canalizzazione energetica, lasciando solo il ricordo dei traumi fisici o psicologici che li hanno causati, ma senza le loro conseguenze negative. L’energia è disponibile per essere di nuovo utilizzata efficacemente e non più dispersa. Tutto questo senza dover passare necessariamente per l’evocazione dei ricordi dolorosi; infatti il Neurofeedback non è una terapia verbale.

Vedi anche:

In quali casi è utile il neurofeedback

Storia e ricerca

Testimonianze